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Gen

La parità di genere nelle Università: a che punto siamo?

Il 17 dicembre 1732 Laura Bassi teneva la sua prima lezione sulla “Modestia in filosofia” da professoressa universitaria all’Archiginnasio, l’antica sede dell’Università di Bologna. Fu una delle prime donne laureate in tutta Europa e, soprattutto, fu la prima donna al mondo ad insegnare in un’università. Di famiglia illuminista, oltre alle materie umanistiche, approfondì anche materie scientifiche come matematica e fisica, tanto che nel 1776 le fu assegnata la cattedra di fisica sperimentale all’Istituto di Scienza di Marsili. La sua carriera da professoressa universitaria fu un significativo passo verso l’emancipazione delle donne all’interno delle università, dal momento che fino ad allora era preclusa alle donne la possibilità di insegnare a livello accademico ed erano poche quelle a cui era concesso studiare. Quasi 250 anni dopo la società è cambiata radicalmente e sulla parità di genere si sono fatti enormi passi in avanti. Ma nel mondo universitario a che punto siamo?

La storia

L’Italia può vantare diverse conquiste del femminismo per quanto riguarda il mondo universitario. Oltre alla prima docente, fu italiana anche la prima laureata al mondo, Elena Cornaro Piscopia, che riuscì ad ottenere la laurea in filosofia all’Università di Padova nel 1678. Solamente sei anni dopo sarebbe morta di tubercolosi, quando il suo nome era ormai noto in tutto il continente. Dopo di lei toccò a Laura Bassi, Cristina Roccati e Maria Pellegrina Amoretti a completare gli studi accademici: furono dunque italiane le prime quattro donne laureate al mondo. Tuttavia, si trattava ancora di casi isolati, poiché per rendere ufficiale l’ammissione delle donne all’università si dovrà aspettare il 1875 e, comunque, a condizione che frequentassero un liceo privato. Un altro orgoglio per l’Italia è Rita Levi di Montalcini, premio Nobel per la medicina nel 1978, che tramite la sua fondazione lottò per garantire la parità di genere nel mondo accademico e fu tra le promotrici della campagna di ammissione delle donne africane nelle università.

Genesi dell’emancipazione

Prima che il rivoluzionario regolamento Bonghi, che nel 1875 le ammise all’università, per le donne era consentito partecipare alle lezioni universitarie solamente da uditrici. Il provvedimento fu un apripista per le successive conquiste femminili, a partire dall’accesso ai licei statali che restò precluso fino al 1883. Per accedere alle università era obbligatorio avere una licenza liceale e, in seguito all’ammissione delle donne alle università, sarebbe stato paradossale mantenere ancora il divieto di iscrizione ai licei. Un numero sempre crescente di laureate costrinse anche il mondo del lavoro ad adattarsi alle nuove esigenze della società, così mestieri che pochi anni prima era considerati esclusivamente “maschili” cominciarono, seppur con numerose difficoltà, ad essere occupati da donne. Se oggi è considerata normalità incontrare una docente donna all’università, in passato era esattamente il contrario. Laura Bassi è stata la prima insegnante universitaria retribuita e ordinaria, ma si narra che già secoli prima un’altra donna italiana riuscì ad insegnare a livello accademico. Infatti, secondo la leggenda, Bettisia Gozzadini impartì agli studenti dell’Università di Bologna lezioni di diritto già nel tredicesimo secolo, costretta comunque ad insegnare indossando un velo a causa della sua bellezza che “avrebbe potuto distrarre gli studenti”.

La situazione di oggi

Un secolo dopo le lotte femministe dei primi del ‘900 la società è evoluta, fino a considerare il femminismo stesso un movimento indispensabile per superare i lasciti della società patriarcale. Così come nel passato l’Università è stata istituzione trainante per le conquiste delle donne, anche oggi conferma il suo ruolo da apripista per la parità di genere. Il numero di donne iscritte all’università supera di gran lunga quello degli uomini (136 donne ogni 100 uomini, secondo il Word Economic Forum), così come il genere femminile rappresenta il 57% di coloro che riescono ad ottenere l’ambita pergamena. Percentuali che diminuiscono se consideriamo la parità di genere tra ricercatori e professori. Nel primo caso si raggiunge una parità quasi assoluta, con la presenza di donne che raggiunge il 47%, mentre è ancora lontana l’uguaglianza di genere per l’assegnazione di cattedre accademiche. Infatti, secondo i dati MIUR del 2019, il genere femminile rappresenta solo il 25% dei docenti, elemento che evidenzia come sia ancora diffusa la riluttanza nell’assegnare ruoli di rilevanza alle donne. Il dato, tuttavia, non è da attribuire a norme o direttive accademiche, ma piuttosto ad una cultura del lavoro che, in generale, ancora oggi è influenzata dal sistema patriarcale del passato. Negli ultimi anni, al contrario, si sono succedute diverse campagne di sensibilizzazione e di promozione della parità di genere all’interno del mondo universitario.

Un futuro rosa

I dati degli ultimi anni fanno comunque ben sperare, così come l’approccio del mondo accademico al tema della parità di genere, argomento ancora ignorato o poco considerato in altri settori. A conferma della consapevolezza sul tema da parte delle università, i corsi e gli insegnamenti dedicati esclusivamente alla storia dell’emancipazione femminile si sono moltiplicati, mentre crescono anche seminari e laboratori sulla questione di genere. L’università, dunque, sta cercando di evolversi e completare il percorso iniziato quel 17 dicembre 1732 con Laura Bassi. In attesa che anche il resto della società e, soprattutto, il mondo del lavoro seguano presto l’esempio del mondo accademico.

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