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18
Gen

La didattica a distanza tra effetti positivi e il rischio boomerang

È passato quasi un anno dallo scoppio della pandemia che ha cambiato radicalmente le nostre vite. Esattamente il 31 gennaio 2020 venivano confermati i primi due casi di coronavirus in Italia, con la situazione ritenuta ancora poco allarmante e decisamente non pericolosa. Da lì a poco, al contrario, tutto sarebbe mutato, tanto da ritrovarci chiusi in casa e con centinaia di morti al giorno. Tra i primi provvedimenti ad essere presi, ben prima del lockdown generale, è stata la chiusura delle Università, in un primo tempo solo di quelle localizzate nelle zone più a rischio, ma presto seguite dal resto degli atenei italiani. Ad un provvedimento preso ovviamente per natura sanitaria, seguiva un rischio sociale, ovvero la perdita dell’anno accademico per milioni di studenti. La soluzione fu individuata subito nella didattica a distanza e negli esami online, i due temi oggi al centro del dibattitto nel mondo universitario.

Le proteste

Negli ultimi giorni, alla notizia di una possibile ripresa delle lezioni esclusivamente online, è emerso un malumore generale tra studenti, docenti e non solo. Dopo l’inizio dell’anno accademico di settembre in modalità mista per la quasi totalità degli atenei, si è tornato a parlare di didattica a distanza ed esami online, a causa della crescita esponenziale dei contagi della ‘seconda ondata’ che ha interessato il mese scorso. Il Ministro dell’Università Gaetano Manfredi ha annunciato a fine dicembre che il rientro in presenza, seppur parziale, sarà garantito per il prossimo semestre, ma che per gennaio e febbraio si continuerà ancora tramite le piattaforme online. Tutt’ora, però, non ci sono comunicati ufficiali e, ancora una volta, il mondo accademico è lasciato in secondo piano (ma anche terzo) nel dibattito pubblico, generando un senso di smarrimento e l’idea che gli studenti universitari siano come abbandonati a loro stessi.

Esami online

Gennaio coincide, per la maggior parte delle facoltà, con il primo appello dell’anno accademico. È questo il periodo in cui lo studente si getta sui libri per ripassare gli ultimi argomenti in vista dell’esame. Tuttavia, da quando questi sono online sono cambiate molte cose. In primis, il rapporto tra docente e studente, aspetto fondamentale la cui importanza non va minimizzata. Per via dell’impossibilità di ‘sorvegliare’ fisicamente lo svolgimento dell’esame, è venuta a mancare la fiducia da parte di molti professori, aumentando di conseguenza la tensione con lo studente. Non sono rari i casi in cui allo studente, oltre a sostenere la materia, spetta la preparazione di un vero e proprio set cinematografico, con webcam anteriore, posteriore, laterale e cimici inserite sotto la scrivania dall’assistente col passato misterioso. L’ansia dell’esame si somma alla frustrazione di chi, dopo aver studiato mesi, si sente trattato come un qualsiasi impostore.

E le lezioni?

Situazione che non cambia e scontenta tutti anche per quanto riguarda le lezioni. La modalità mista ha consentito, quantomeno per le matricole, di poter tornare ad assistere dal vivo agli insegnamenti dei professori. Tuttavia, si tratta comunque di un funzionamento ‘parziale’ degli atenei, con le aule riempite meno della metà e con laboratori e strutture interdette nella maggior parte dei casi. Perdere la possibilità di svolgere seminari o tirocini, di frequentare laboratori e mettere in pratica gli insegnamenti imparati, rischia di diventare un boomerang sociale. Il pericolo è di ritrovarci fra qualche anno con una generazione di laureati ‘monchi’, ovvero senza che abbiano avuto la possibilità di sfruttare a pieno le potenzialità del mondo universitario. Ma, oltre a ciò, si corre il rischio di creare un insieme di potenziali lavoratori esclusi dalla rete sociale e sempre più emarginati. È all’Università che si stabiliscono i primi contatti sociali e, nonostante associazioni e aziende si stiano parzialmente adeguando alla situazione, è chiaro che anche l’inserimento nel mondo del lavoro subirà conseguenze.

Non solo difetti

La didattica a distanza non porta chiaramente solo svantaggi, ma ha anche degli aspetti positivi. Innanzitutto, garantisce una maggiore partecipazione alle lezioni per chi, tra lavoro o altre problematiche logistiche e di tempo, non può recarsi in aula. L’ottimizzazione del tempo permette, inoltre, una maggiore attenzione allo studio e più tempo libero. Ne consegue anche una riduzione dei costi, sia per lo studente, il quale può evitare spese per abbonamenti ai mezzi pubblici ed eventuali affitti, sia per l’Università. Soprattutto, permette in tempi di crisi sanitaria come questi, di continuare il percorso universitario senza subire rallentamenti. Tuttavia, in tempi normali, la didattica a distanza può essere solamente un servizio aggiuntivo e integrato a quella in presenza.

Ma serve lungimiranza

Criticare provvedimenti presi in situazione di emergenza e a tutela della salute sarebbe completamente sbagliato. Gli studenti ben sanno la complessità del periodo, anche perché se c’è una categoria che ha fatto più sacrifici è proprio quella studentesca. Ma è anche sbagliato pensare che la didattica a distanza possa essere una soluzione permanente, senza nemmeno tentarne altre che, oltre alla salute, possano preservare il futuro di milioni di studenti. Gli effetti positivi della dad sono sotto gli occhi di tutti, ma lo sono anche quelli negativi, a partire dell’aumento di ansia e stress. Si deve certamente tutelare la salute della comunità, ma, allo stesso tempo, non va dimenticato chi compie sacrifici affinché questo avvenga.

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