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6
Feb

Patrick Zaki, lo studente dimenticato in carcere

Esattamente un anno fa, il 7 febbraio, Patrick George Zaki veniva incarcerato. Nell’ultima udienza, avvenuta settimana scorsa, la sua custodia cautelare è stata ulteriormente prolungata di altri 45 giorni. Patrick non è un assassino, né un ladro o una specie di criminale, ma un’attivista la cui unica colpa è quella di pretendere che il suo paese, l’Egitto, sia democratico. Patrick Zaki non è un semplice attivista, ma è anche e soprattutto uno studente, uno dei tanti, che ha scelto il nostro paese per continuare il percorso accademico e approfondire i suoi studi. Così il suo arresto ha riportato alla nostra mente il terribile caso di cronaca che ha coinvolto Giulio Regeni, sequestrato ed ucciso dalle milizie del regime egiziano, per cui ancora oggi i genitori, insieme ad istituzioni e movimenti spontanei, chiedono giustizia.

Uno studente “italiano”

Patrick nasce a Mansuria, in Egitto, nel 1991. Due anni fa decide di completare i suoi studi in Italia, precisamente all’Università di Bologna, aderendo al progetto Erasmus Mundus, organizzato dall’Unione Europea e vincendo una borsa di studio per il Master internazionale GEMMA, uno dei più importanti sugli studi di genere. Il suo ambientamento in Italia è immediato, così come i rapporti positivi instaurati con colleghi e docenti, tanto che la stessa Unibo, dopo la notizia dell’arresto, ne parlerà come uno studente “che ha mostrato grande entusiasmo, competenza e professionalità”. I suoi studi saranno rilevanti anche per l’arresto che avverrà pochi mesi dopo, come ha dichiarato un giornalista egiziano favorevole al regime di Al Sisi, secondo il quale le sue “ricerche sull’omosessualità” sarebbero tra i motivi che avrebbero spinto la polizia a fermare l’attivista. Sono stati questi legami con l’Italia a creare il caso diplomatico che oggi tutti conosciamo, soprattutto per via delle analogie con il caso di Giulio Regeni.

L’arresto

Il 7 febbraio 2020 Patrick Zaki atterra all’aeroporto del Cairo, appena rientrato dall’Italia per fare una visita ai parenti. Ad aspettarlo, però, ci sono gli agenti dei servizi segreti egiziani, le cui azioni sono state al centro di numerose critiche da parte di istituzioni e stampa estera. Per le 24 ore successive non si avranno più notizie di Patrick, che riapparirà alla famiglia solo il giorno dell’udienza e non in buone condizioni. L’attivista, insieme alla famiglia e all’avvocato, denunciano subito le violenze fisiche e psicologiche subite durante un interrogatorio che, con l’emergere dei dettagli, prende sempre più le sembianze di una vera e propria tortura. Per oltre 17 ore sarebbe stato bendato, colpito ripetutamente alla schiena, allo stomaco e anche con scariche elettriche. Per la polizia egiziana lo studente, anche ricercatore per l’Associazione Egyptian Initiative For Personal Rights, avrebbe tentato di sovvertire il regime di Al Sisi. La notizia dell’arresto dello studente in poco tempo fa il giro del mondo e arriva, ovviamente, in Italia.

Un nuovo Regeni?

Con le dovute differenze del caso, il suo arresto e le pratiche di tortura che sono state denunciate hanno riportato alla luce una ferita ancora aperta per il nostro paese: il caso Giulio Regeni. L’attivista italiano aveva, in parte, seguito il percorso inverso, trasferendosi in Egitto per una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. Giulio Regeni fu arrestato, torturato e ucciso il 25 gennaio 2016 e per il suo omicidio sono oggi al processo quattro agenti dei servizi segreti egiziani. Le analogie con il caso di Patrick Zaki sono evidenti, a partire dalle torture che avrebbero entrambi subito. Ma, per fortuna e grazie all’imminente attenzione dell’opinione pubblica, si è evitato che il caso di Patrick Zaki potesse avere la stessa conclusione di quello di Giulio Regeni. Anzi si può dire che l’indignazione ancora fresca per l’omicidio del ricercatore italiano abbia, in qualche modo, aiutato il ricercatore egiziano.

La reazione delle Università

Tra i primi a reagire alla notizia dell’arresto è stato il mondo universitario, che si è attivato quasi per proteggere e difendere un proprio ‘collega’, reo solamente di chiedere che vengano rispettati i diritti civili nel proprio paese. L’Università di Bologna, pochi giorni dopo, tramite un comunicato ufficiale ha affermato che il ritratto del proprio studente non corrisponda assolutamente a quello indicato dalle autorità egiziane, auspicando inoltre che Patrick possa tornare presto a Bologna per riprendere i propri studi. A questo hanno seguito appelli di altre Università e, soprattutto, di associazioni e collettivi studenteschi. Anche Amnesty ha iniziato a seguire il caso, promuovendo la campagna “Free Patrick Zaki” per la liberazione dello studente egiziano. Il 21 dicembre scorso, il presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane ha inviato una lettera alle massime autorità giudiziarie richiedendone la scarcerazione immediata. Richiesta alla quale hanno aderito decine di università italiane, tra cui ovviamente quella di Bologna.

Un anno dopo

Ad un anno di distanza dall’arresto, tuttavia, Patrick Zaki è ancora in prigione, nonostante le precarie condizioni di salute. A nulla sono valsi gli appelli per la sua scarcerazione in attesa del processo, dal momento che permane la custodia cautelare che, per ora, viene prolungata di mese in mese. Patrick sarebbe costretto a dormire per terra e in una cella dalle scarse condizioni igieniche, aspetto che in piena pandemia di certo vìola i diritti umani. In attesa che dall’Egitto giungano finalmente buone notizie, il mondo universitario non ha mai smesso di protestare affinché venga restituita la libertà allo studente egiziano. Con la speranza che Patrick possa presto tornare dai suoi colleghi e nella sua Università.

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